SOVRIMPRESSIONI


La più bella scena d'amore della storia del cinema: Jean Vigo, L'Atalante. Lo sguardo d'amore che produce amore, che riesce a riprodurre l'oggetto del proprio amore, e mediante un'immagine fortemente cinematografica, anzi, solo cinematografica: la sovrimpressione. Due immagini che fanno l'amore tra loro. (Enrico Ghezzi, a Fuori Orario, Rai Tre; Prima puntata, 02/11/1989)
Due alternative che costituiscono una realtà comune, due parallele che contraddicono le leggi euclidee e finiscono per toccarsi. Due mondi, due universi si mettono in relazione, e dalla relazione una realtà terza, quella dell'essere-con, dell'esserci-insieme. Il mio occhio indaga i particolari dell'universo, ma solo l'occhio cinematografico consente alla vita di emergere. Per quale motivo? L'obiettivo non si impone sul mondo, e la vita in tal modo non si ritrae di riflesso, ma al contrario è libera di emergere e di incontrarci. L’obiettivo è un fantasma che viaggia nell'universo e questo carattere fantasmatico, se vogliamo “morto” dell’obiettivo cinematografico è condizione essenziale perché si manifesti per contro la forza attiva della vita, la quale a sua volta incontra lo spettatore e lo introduce nella sua genesi continua. Ed è poi l'occhio mentale del poeta che compie uno sforzo di attrazione, e la vita emerge, come affascinata da questo sguardo; emerge in tutto il suo mistero, è un abisso. Tutto risiede in un gioco di attrazioni, fatto di gesti e di pensieri. L'obiettivo può ora soddisfare il suo compito accompagnato da un altro occhio, proprio di una presenza silenziosa, oscura, che galleggia in una rete di fenomeni. Il regista, il poeta, è come un ballerino, un esperto di movimenti, di gesti, si muove furtivo in un ambiente fisico o mentale, e ci lascia una testimonianza - non un corpo morto, ma le potenzialità del corpo. Il cinema è una occasione di rinnovamento, che non si limita a una osservazione della vita ma richiede piuttosto una partecipazione al divenire stesso della vita. E come intendere questa partecipazione? Come un viaggio nella mente del cosmo, nei ricordi sparsi di una vita, nello sguardo perduto di un osservatore qualsiasi. Esplorare un frammento di storia, riscoprire un passato. È una testimonianza che ci riguarda tutti, colpisce le nostre intimità, come uomini, come animali. E cosa rimane dei corpi, delle situazioni? È tutto perduto? Tutto si perde, tutto è destinato a perdersi, a vaporizzare; ma c’è qualcosa, giusto qualche molecola che viaggia nello spazio; una presenza, uno spirito errante, è lontano, ma la pellicola richiama, è una domanda disperata: “dove sei?”. È una traccia, il cinema. L’impronta di un corpo perennemente in cammino. Entrare nella quarta dimensione, isolare un evento, come un punto fuori dal disegno, un pezzo di storia fuori dalla storia. Introdurre nuove relazioni, rapportarmi come altro uomo, uomo segnato da una certa quantità di esperienze con una situazione sedimentata entro un apparato oramai del tutto diverso. Percezione di un passato come apertura di un futuro, riscoperta della dimensione della possibilità. Il cinema ci mostra una pluralità di eventi, ma non solo: ci pluralizza, ci mostra come relazione di eventi. Io sono le persone che ho amato, le scelte che ho fatto, le occasioni che ho perduto. Io sono i luoghi in cui sono stato, la casa in cui ho vissuto, le promesse che ho mantenuto. Ma non solo: io sono anche la mia alternativa, l’insieme delle possibilità che mi riguardano, le potenzialità del mio corpo. Io sono l’evento e la sua mancanza, ciò che scopro o rivivo. E il cinema può ancora di più: mettere in relazione gli eventi entro la stessa immagine, fare incontrare le immagini, rendere possibile una compresenza impossibile. In questo modo si entra davvero nel divenire della vita, si esce fuori da ogni logica causale per trovare l’elemento di congiunzione, quel presente particolare in cui due fenomeni intimamente connessi possono svelare la loro connessione. Allora quella “e” fra Me e Te non è né una catena né una astrazione, ma un puro incontro, un’occasione, un bacio. Due immagini che si incontrano, si baciano e una terza immagine prodotta dal loro incontro. In questa terza immagine noi ritroviamo la vita, un flusso di ricordi, di possibilità, di individui ma sopratutto relazioni di individui. È una genesi, la possibilità di scoprire due corpi come due campi di forza, potenzialità espresse dal loro incontro, e da questo incontro una nuova vita. È uno sforzo immaginativo, ma non per questo astratto: nasce da una percezione di cose, è ciò che ci può essere cogliendo le potenzialità intrinseche di ciò che esiste; significa uscire fuori dalla linearità del singolo atto per approdare all'incognita, alla eventualità. Trovare una moltitudine all'interno di un singolo uomo, trovare moltitudini di moltitudini all'interno di un singolo popolo. Ciò significa operare al livello dell’immagine, scorgere la natura corpuscolare della luce e la natura molecolare dei corpi; cogliere le onde, le vibrazioni; cogliere il moto, e ancor più la pluralità dei moti che interessano un singolo moto. Significa operare al livello dei ricordi: creare un mosaico di frammenti, un quadro caotico di visioni, scorgere il colore che sta dietro ogni singolo ricordo; come un brano free-jazz, così scorre questo flusso di immagini, come un atto puramente cognitivo che afferra una varietà di situazioni combinandole secondo un ritmo preciso, una pulsazione data dal contatto di cose, ma non per questo fisso, varia come varia la vita, o magari è immobile, come un evento sospeso però, una parentesi. La verità stessa si pluralizza, emerge piuttosto la possibilità della novità, ciò che può essere, se crediamo al mondo, se crediamo di essere vivi come elementi con-presenti. La sovrimpressione è la possibilità di percepire il mio essere come esserci-con, il mio divenire come divenire-insieme; la possibilità di comprendere che vivere è vivere con te; comprendere come tutto questo sia una necessità, come sia necessario esserci insieme, come sia un’urgenza, qualcosa di decisivo e che non possa essere sacrificato; e come da questa necessità emerga la dimensione della libertà, la quale si staglia sullo sfondo caotico del possibile, del poter essere; è l’affermazione della volontà, è il progetto della mia volontà, ed è la vita che nasce dal nostro incontro. È l’opportunità di riflettere su come la mia storia sia la nostra storia, come sia importante anche solo rifletterci, e come questo ci riporti ancora una volta dentro la vita, da cui ci eravamo allontanati allontanandoci. Il cinema non ha bisogno di una morale che segua da una narrazione, perché l’immagine è già etica, un’etica primordiale che parla lo stesso linguaggio della natura. Allora esplorare l’immagine significa agire in conformità del cosmo. Ed è un’occasione per esplorare l’antica saggezza taoista, forse la più alta di tutte, perché è una saggezza ricavata dalla contemplazione della natura, riscoprirci come acqua e ritrovare una umanità nell'acqua. Imparare il linguaggio del cosmo, e scoprire come il cosmo parli il nostro stesso linguaggio, come il mio corpo sia anche il corpo del cosmo, e come nel mio corpo ci sia il cosmo tutto. Significa ritrovare le dialettiche primordiali, riscoprire lo yin e lo yang, la loro reciproca dipendenza ma sopratutto il loro intimo equilibrio nella armonia del tutto (Atto II - Sezione 30). Ma il cinema è ancora più potente, non ha bisogno né di massime né di testi sapienziali. Sta tutto lì, nell'immagine e nella sensibilità poetica del regista, che lascia scorrere le immagini proprio come scorre la vita, indaga nei particolari dell’uomo e della natura, crea una connessione fra le immagini e ci mostra la storia di una vita, una esperienza, e con le immagini lascia emergere lo spirito delle cose, vive il dramma e la tragedia, come un folle, un poeta che nel suo cammino ubriaco lascia qua e là qualche misera traccia. E magari opera sulla pellicola stessa, opera una trasformazione radicale, genetica, e la pellicola diventa un concerto di colori, l'immagine è strappata, liquefatta, bruciata e il poeta si fa esso stesso più originario, va alla radice delle cose, come un filosofo che arriva alla domanda delle domande, arriva all'essenziale, così Brakhage si rivolge direttamente alla pellicola, e ci conduce a una dimensione primigenia. La sovrimpressione è una fusione panica fra l'individuo e l'ambiente, è un ritorno al grembo della natura; o l'oggetto attraverso l'oggetto, una interferenza di immagini, un elemento che emerge dal suo contrario; o ancora uno stato d'animo, una situazione inconscia, una visione inaspettata; colore su colore, incrocio di colori e determinazione di un colore comune; è la produzione di un pensiero e delle sue immagini, una mente che galleggia, le sensazioni frastagliate di un essere senziente. È un elevare a potenza, eppure non è una fuga verso l'alto, una separazione dal proprio sé, quanto piuttosto la rivelazione di una potenzialità originaria. Nell'Atalante di Jean Vigo il miracolo si fa duplice: c'è la compresenza fra Jean e l'oggetto del suo pensiero, Juliette; una compresenza realizzata dalla sovrimpressione, che mostra Jean e Juliette, e Jean con Juliette, e questo esistere-con è una relazione d'amore; ma Juliette è già l'amore di Jean. È un amore al quadrato: l'amore di Jean e Jean col suo amore. Tutto il resto è lasciato al quadro, alla poesia con cui Vigo ci mostra questo ballo acquatico fra un uomo e il suo fantasma, questa ricerca necessaria, la volontà di esserci e di esserci insieme. 

Federico Trovato,
24/03/15,
Rielaborato il 03/05/15

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