ALBERI

Regia: Michelangelo Frammartino
Anno: 2013
Nazionalità: Italia
Durata: 26 min

[1] Torniamo indietro, lì dove comincia la notte, lì dove emergono le forme e ci inquieta un mistero universale. Ombre nelle ombre, e ancora più indietro, lì dove manca il respiro, prima del tempo e dopo tutto. Il vento, una forza invisibile; mentre la visione schiarisce, e sotto un cielo roseo delle figure oblunghe. A quel punto delle presenze, alziamo lo sguardo e c’è una luce – vibra, è elettrica – poi si fa leggera, assorbita dalla vostra chioma. Riemerge dalle radici, come presenza quieta e invisibile, si estende e si posa su questa terra, fra le foglie, e la sento baciare la sacra oscurità. 

[2] È strano questo moto. Cosa ci muove? Io mi sento fluttuare su di un’orbita, e da lontano vedo anche le vostre, e ci abbandoniamo a questo desiderio infantile, a questa dolce necessità che rovescia l’umana prospettiva, che polverizza le ovvie previsioni. Come linfa vitale, circola e ci arricchisce, e fuori da questa visione il mistero – ha la forma di un cinguettio, e poi un altro più acuto, e ora un ronzio, il grido della materia. Sfioriamo questo segreto, ed è anteriore a tutto, è una totalità di mondi, e poi una vita che fluisce, come acqua fra le rocce. Cosa fra i rami? E fra questi? Avverto ma non si in-forma, scorre fra le mie dita una realtà. 

[3] Una calma metafisica nella umana presenza; quaggiù, fra queste case, e le pietre, staccate dal bosco eppure specchio dello stesso. Le vostre rughe, e la pelle, e gli occhi, rivedo gli alberi che or ora ho lasciato. Qui, in cima, dove tutto gravita verso il basso, in una quieta vertigine, come abitanti del cielo, a conservare i ricordi di una storia antichissima. Un sottile equilibrio, una legge eterna, una formula impressa nella materia da una circostanza intelligente. Noi che siamo la vostra ombra, e voi la nostra immagine. E ancora l'azione, che esplode in un colpo violento, istantaneo, che priva ma non sradica. È l’incontro, lo scontro e la rinascita. Fermi, immobili, prima di partire, prima del richiamo. Sangue è clorofilla, la pelle a contatto con l’originario, gli occhi a scrutare dietro l’intreccio. 

[4] Siamo alberi, siamo-negli alberi, e passiamo tra i boschi e fra queste acque per nutrirci di altro, e infine fra la gente in festa come il tramite di una energia, che entra ed esce, s’allarga e si restringe. Ci guardano, ci osservano dall'alto, dagli spazi stretti, nascosti. I rintocchi di una campana, i passi di verdi giganti. Tutto si concretizza, si fa pesante, un grande urto. Fino a collassare, fino a ricadere lentamente in un sogno, mentre la visione è impedita, annullata, in una coperta di edera che inghiotte ogni luce per riproporla in altro luogo, e sappiamo già dove, ma prima il buio, poi il fantasma della materia e l’invisibile dietro la totalità. Un filo rosso che non ha né inizio né fine. 

Emergono le forme
Ombre nelle ombre.
Una luce
Vibra
È elettrica
Assorbita
Riemerge.

Fluttuare su di un’orbita
Dolce necessità,
Come linfa vitale
Un cinguettio,
Il grido della materia.

Calma metafisica,
Le pietre,
Le rughe,
Dove tutto gravita
Verso il basso.
Un colpo violento,
Scontro,
Rinascita,
Clorofilla. 

Tra i boschi, 
Per nutrirci di altro.
I rintocchi
I passi,
Una coperta di edera
Inghiotte ogni luce.
In altro luogo,
L’invisibile. 

Federico Trovato,
02/12/14


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