IL FURORE: RITORNARE ARTE

Davanti a noi si presenta un oceano. Sul fondo di questo oceano, c'è un altro "noi". L'artista ha il compito di annullare questa distanza, e riuscire in questo intento significa compiere una rivoluzione. L'artista è però esposto all'inganno, alla continua riproduzione di sé che ostacola la propria riscoperta. L'artista non deve creare, ma ricrearsi. Il ritorno a sé annulla la catena delle produzioni fittizie, piega la linea per far toccare i due estremi. L'artista avrà allora in mano un tesoro: la propria immagine, e dunque la propria arte. L'ultimo passo sarà annullare l'estraneità fra sé e la propria immagine. A quel punto l'artista non avrà più la propria immagine, ma sarà la propria immagine. A quel punto, insomma, l'artista non avrà più la propria arte, ma diverrà la propria arte, instaurando con essa un vincolo dialettico che, inoltre, non può mai configurarsi come monolitico: l'arte è energia pura, è divenire, un fiume implacabile. L'artista non può che rinnovarsi, perché il rinnovamento è caratteristica peculiare dell'arte, da cui non può ontologicamente dissociarsi. In quale modo l'artista può riuscire nell'intento di ricrearsi? La risposta è: attraverso la decostruzione del proprio sé, della propria mente, del proprio corpo. Diversamente dal linguista che compie questo atto in maniera innocua, senza operare una modificazione della lingua, l'artista piuttosto, operando con le proprie immagini, costituirà un rinnovamento costante del proprio sé che eppure al contempo si configura come un processo di riscoperta. E diversamente dal linguista non può operare in maniera tecnica, asettica. Qui si tratta di riscoprire la propria arte. Allora solo uno strumento può essere utile a tale scopo: il furore. Questo sentimento potente, impetuoso, scorre nello spirito di un artista. Attraverso il furore, l'artista non solo anticipa la natura stessa dell'arte e dunque del proprio sé - ovvero la vitalità - ma ha anche una "corda" con cui avvicinarsi alla cima. Nei punti che seguono tratterò della decostruzione del proprio sé, dell'inganno della riproduzione, del furore e del ritorno alla propria arte, e dunque al proprio sé. Alla forma filosofica ho preferito uno stile più vicino alla natura vitalistica e caotica dell'arte. Buona lettura. 

TEMI TRATTATI:

1. Il risveglio.
2. Primo inganno: la relatività linguistica.
3. Secondo inganno: i falsi dei e la riproduzione ideale del proprio sé. 
4. Il furore e la riscoperta del proprio sé. 
5. Ritornare arte e aprirsi al rinnovamento. 

[1] Tremano le gambe. Ci siamo tutti. Proviamo ad andare avanti, ma tutti noi tremiamo ad ogni passo; i piedi affondano in sconfinati nodi di vapore, implacabili suonano strumenti di morte. Timidi immergiamo i nostri piedi. Timidi i piedi si fondono coi rossi fondali. Timide le nostre menti rotolano lente e danzanti in questi rossi fondali. Udiamo nuovi suoni: Balakirev tesse con fantasie orientali una rete di conchiglie; Rachmaninov issa le vele, vibrano come onde del cielo. Ultima fatica. Siamo arrivati. 



[2] Accarezziamo coi nostri piedi arrugginiti questo prato di verità. Freschi venti monsonici scontrano coi cocenti raggi dei nostri soli. Timidi viviamo questo equilibrio corrosivo. Comincia il manto di fiori. Sembrano intonare Debussy. Cadiamo malinconici tra i loro sguardi di vuoto, cadiamo perduti nella vastità della loro logica inesistenza. Andiamo avanti. I raggi sono più forti, e vediamo ora gli innumerevoli soli del nostro cielo di onde. Soli rossi. Altri verdi. Innumerevoli sono i loro diversi colori uguali. Dalle loro bocche di fuoco sputano altrettante lingue. Scendono in questo prato privo di vita. Strisciano mollicci come vermi obesi, luccicano viscidi lasciando scie di bava. Infinite lingue. Infinite parole. Sono scarafaggi che muovono fulminei le loro zampe per sfuggire al nemico, agitano le antenne pronti a fagocitare il prossimo. Cade una pioggia di malinconia. Avanziamo e nello scroscio dei fiumiciattoli udiamo nuovi brani di Debussy. Vediamo sfumare i colori del cielo, riempirsi le ombre di passioni perdute, spiare il nostro disegno originario. Colonne spezzate. Un lampo di luce ci invita a scendere questa collina di verità. Raggiungiamo la riva opposta. 



[3] Timidi i piedi si mescolano coi pallidi fondali. Timide le nostre menti emergono in superficie, si arrampicano verso i mari celesti coi biondi capelli di un canto: intoniamo il Panis Angelicus. Scorgiamo un aureo cancello di desideri. Spalancate le porte si mostra un deserto di orologi. Ferme le lancette. Cavalli bianchi attraversano archi parabolici sormontati da pianeti in movimento. In un roseo viaggiare di spazi mobili in tempi pietrificati, vediamo l'oggetto del desiderio. Fermo un occhio di luce muove quei corpi. Ci eleviamo, e i nostri piedi ancora nei fondali. Imputridiscono, inutili. Partecipiamo il divino. Sublime equilibrio dei sensi in una culla di amore. Siamo parte dell'armonia originaria. Tutto si va sbiadendo. Cosa siamo noi? Nulla, se non mezzi della nostra coscienza. Che succede? Una voce implora pietà. Cos'è? Chi è? Guardiamo i fondali: lì i nostri corpi putridi. Perché disturbarci con la loro vomitevole e umana limitatezza? Stiamo cadendo, forse. Vediamo frantumarsi il cancello dorato, sciogliersi gli orologi e spegnersi la fonte di luce. Il cavallo agonizzante al suolo. Tutto si disgrega. Fino a scomparire. Che vergogna! Stupidi fautori di felicità artificiali! Schiavi dei pentimenti! Saltimbanchi, siam ora la pietosa carcassa di noi stessi. Abominio. 



[4] Le nostre menti si svegliano dall'incubo. Dietro di noi la collina. Dobbiamo immergerci. Timidi immergiamo i nostri piedi, e le menti rotolano lente e danzanti. Un'altra riva. Alberi. Case. Superati i primi ciottoli è questo che vediamo. Qualche orologio da polso. Lancette in movimento. Strade ritrovate. E circolari. Viviamo un percorso a ritroso nelle scartoffie dei ricordi, nei mobili deteriorati, nelle carni della nostra intima ed infantile essenza. Un percorso in avanti che eredita il coraggio della propria natura. Cade la certezza dell'ordine: scriviamo negli spartiti del caos le note del canto della filosofica libertà, udiamo la nona sinfonia beethoveniana, ci accompagna nel risveglio delle intime passioni, fino a una titanica potenza primordiale, coadiuvante di una ragione assopita. 

Dunque vi dipingo questo quadro: vedetemi vagare verso mondi mitici. 
Sono le arie campestri, i profumi bagnati, fra i prati le ninfe mi chiamano. 
Il cuore che fugge, quei contorni sfumati, pennellate di fresca malinconia.
Ma li vedo: non sono che acquerelli, le acque colorate del sogno più bello. 
Quel richiamo lontano, quel suono che si fa dolce: in pace il fauno beato. 
Io a terra, che vi cado accanto: le impressioni, le cornici, le rimembranze.



[5] Ora un prato rigoglioso, adornato da fiori variopinti, interrotti da ciottoli raccolti attorno a una distesa d'acqua. Le libellule agitano le ali sopra i petali di qualche achillea. Le api partecipano un amplesso mistico coi gelsomini. Gli estremi di un lago sono congiunti da un ponte e in lontananza, in mezzo agli alberi secolari, come tra due torri maestose, si impone grandiosa una cattedrale gotica. Una bambina con gli occhi fissi nelle pagine di un libro recita i versi di una filastrocca; il collo è celato da un fiocco vistoso, e vistosa è la cuffia che le occupa il capo; sotto una gonna violetta, e ancora due piccole scarpe. Le spalle poggiate al tronco di un albero, la sorveglia coi suoi verdi tentacoli. Ora un sentiero. Due statue romane sono i guardiani di una villa. Ma oltre c'è solo un rudere, una vedova attira i viandanti coi suoi occhi di perla. Ancora alberi, uno scudo di foglie che impedisce alla luce di diffondersi; ma ora viene la notte, e vediamo le lucciole incoronare i fiori novelli. È tardi, i visitatori passeggiano con in mano le candele, catturati da profumi sempre nuovi. Iniziano a scomparire. Ed il pensiero si fa vano e vuoto, la mente assopita, lo spirito piange e strepita in attesa del mattino seguente, in attesa della luce più intensa, in attesa di un nuovo ritorno. Finché siam vecchi e stanchi, riposiamo seduti a gambe incrociate. "La nostra odissea volge al termine". Sono le mie ultime parole. Più nulla. Oppure no? Bambini ci ritroviamo a correre su questa strada, in attesa di un altro naufragio. Tremano le gambe. Tremano un po' a tutti.


Federico Trovato, 
14/10/14

0 commenti:

Posta un commento